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Fabio Aru, corridore sardo della UAE Emirates

Fabio Aru è stato raggiunto dal quotidiano L’Unione Sarda rilasciando una lunga intervista dove ha toccato vari argomenti: dalla giornata in quarantena, alle restrizioni anche per i professionisti e ovviamente sul futuro più incerto che mai. Emblematico il suo pensiero: “Da sportivo non mi sto lamentando, credo che davvero ci sia chi sta peggio”.

Doveva essere la stagione del riscatto dopo due anni davvero tormentati da problemi fisici e invece pare che sia tutto rimandato, ancora non si sa a quanto e le previsioni del ritorno in bici sono molto incerte. “La cosa che dispiace – dice l’atleta Uae Team Emirates – è che mesi e mesi di preparazione non li abbia potuti finalizzare, ma adesso c’è un problema mondiale”.

Come per milioni di persone l’attività di preparazione continua in casa: “Ginnastica la mattina, pranzo leggero, rulli. Faccio uno spuntino alle 16 e poi tiro per cena. Me la prendo comoda, sennò il tempo non passa. Stare in casa è difficile, lo dico anche per gli amatori: se ti crei una routine, ti metti degli obiettivi giornalieri, non è un dramma come quello di chi ha un’azienda. Non è il caso di lamentarsi solo perché non si può uscire di casa”. Un allenamento seguito da professionisti a distanza ma che non permetterebbe il ritorno in gara immediato: “È un mantenimento che mi permetterà in poco più di un mese di allenamento di poter fare una competizione. Ma può andare avanti tre settimane, poi le cinque o sei ore in bici che avevi nelle gambe le perdi. Ora faccio lavori per il core, stretching e al massimo un’ora e mezza al mattino e un’ora di sera di rulli. Non sono d’accordo con l’idea di fare cinque o sei ore sui rulli. Credo che sia un’esagerazione, il dispendio energetico è molto superiore rispetto alla strada. In un giornata produttiva ne metto insieme tre e mezzo-quattro. Si può mantenere un po’ di forma, ma non costruire la preparazione. Su strada il gesto è diverso, anche se sui rulli si possono fare lavori di forza. L’ideale sarebbe trovare un posto fresco, non sudare troppo e reintegrare i liquidi”

Non in tutti i Paesi vigono gli stessi divieti, ad esempio in Belgio si può uscire in allenamento, il pensiero di Aru è responsabile ma chiaro: “È un argomento difficile. Un lavoratore è giusto che stia qualche settimana chiuso a casa, ma sarebbe giusto permetterci di fare il nostro lavoro all’esterno, con tutte le dovute precauzioni. Ma mi attengo alle disposizioni. Certo che essere tutti sullo stesso piano sarebbe importante, soprattutto se questo periodo durerà più a lungo”.

Il pensiero del corridore va anche ai rinnovi contrattuali e ad un eventuale taglio degli stipendi: “Tutti sono in difficoltà, anche lo sport lo sarà, e chi ci sponsorizza. Dobbiamo accettare quello che sarà. Ricordiamoci però che non è che tutti guadagnano come Cristiano Ronaldo. Può essere un esempio, ma poi ognuno conosce la propria situazione. Dopo i due anni che ho avuto anche io sono atteso a una rinascita, trovarmi in questa situazione non è la cosa migliore che potesse capitare ma cerco di viverla serenamente. Forse l’età e l’esperienza mi aiutano, in altri anni sarei stato peggio a livello mentale”.

Anche il sardo si unisce all’appello di Cipollini che ricordando le parole di Bartali ha invitato i ciclisti professionisti letteralmente ad “aprire il portafogli”. È giunta l’ora di aiutare quel pubblico che per tanti anni ha applaudito gli atleti lungo le strade.

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